Il mio intervento alla conferenza stampa sulla sentenza UE contro art. 35 Sblocca Italia

L’art 35 dello “sblocca Italia” era, inevitabilmente, destinato al naufragio e non solo per la nostra ferma e decisa opposizione, manifestata sin dall’annuncio della sua presentazione. Proprio per l’opposizione in aula fatta da noi al Senato, venimmo sospesi per 7/10 giorni e fummo denunciati alla Procura per aver ostacolato l’approvazione del provvedimento, e la denuncia fu firmata da tutti gli altri partiti presenti in Senato.

Era destinato al naufragio, perché assunto in spregio alle migliaia di lotte condotte da centinaia di comitati, associazioni e organizzazioni in tanti anni di battaglie, civili e democratiche, condotte affinché prevalesse un’idea di sviluppo rispettosa della salute dei cittadini e del territorio. Affinchè prevalesse un altro modello di gestione del ciclo dei rifiuti, ispirato a quella che oggi il Parlamento Europeo chiama “economia circolare” e che per noi, da anni, significa combattere lo spreco di risorse naturali, la deturpazione dell’ambiente, la minaccia permanente per la salute delle nostre comunità.

Consentire la libera circolazione dei rifiuti urbani tal quali su tutto il territorio nazionale, senza più l’obbligo degli accordi istituzionali tra le Regioni, ha significato sottrarre, alla vigilanza pubblica, i traffici e gli spostamenti di rifiuti permettendo un commercio tutto rinchiuso nella relazione mercantile tra clienti e fornitori. Considerare i rifiuti indifferenziati alla stregua di una merce qualsiasi non può e non deve essere permesso, perché dalla qualità del loro trattamento e del loro smaltimento dipende direttamente la qualità della vita delle persone.

Quando la Corte di Giustizia Europea sentenzia che il provvedimento avrebbe dovuto essere assoggettato alla “Valutazione Ambientale Strategica” ci dice proprio questo: non si possono mandare a spasso i rifiuti e conferirli negli inceneritori senza che sia esperito un diffuso, largo e approfondito dibattito pubblico che coinvolga gli esperti, certo, ma soprattutto i cittadini. La VAS, come la VIA, del resto, non sono stantìe procedure burocratiche riservate al confronto tra autoreferenziati, ma sono è sempre più devono essere, percorsi trasparenti di partecipazione dal basso, di esercizio del potere popolare su tutti i temi che incrociano la vita delle persone in carne ed ossa e l’ambiente nel quale vivono.

In questo senso, allora, la condanna comminata al nostro Paese è ancora più severa, perché non segnala una banale difformità amministrativa, ma rileva l’impudenza di un Governo che aveva voluto disconoscere il diritto dei cittadini a partecipare democraticamente alle scelte altamente impattanti è clamorosamente divisive. Il Governo Renzi non volle avviare la procedura di VAS per una sola ragione: quella norma non avrebbe mai avuto il consenso dei cittadini.
La bocciatura che ora viene dalla Corte di Giustizia ha un valore, dunque, simbolico e grandioso: i Governi non possono imporre leggi ad alta valenza di impatto ambientale e sociale evitando il confronto con le popolazioni!
È un monito, dunque, che non vale solo per il passato, ma che ispira la condotta di chi governa oggi e governerà domani.

Ci aveva provato anche Berlusconi nel 2008, dichiarando gli impianti di smaltimento dei rifiuti della Campania “siti di interesse strategico nazionale” e Renzi ha voluto rilanciare la provocazione, addirittura, su scala nazionale. A parte il fatto che è alquanto ridicolo definire “siti di interesse strategico” gli inceneritori, come fossero basi missilistiche, è evidente che se c’è un interesse strategico nazionale non è quello di proteggere gli inceneritori, ma quello di sospingere una seria politica di riconversione radicale del sistema di gestione dei rifiuti in cui la prevenzione sia al primo posto e il recupero di materia immediatamente accanto. Aldilà della battaglia contro gli inceneritori, per le ragioni che ben conosciamo e che altri hanno già detto, l’affermazione della “società del riciclo”, di cui l’Unione Europea discute da anni, è tutta da conquistare ed è la prateria su cui lanciare le carovane della creatività, della sfida, della ricerca di ogni soluzione alternativa agli inceneritori e alle discariche.
“Rifiuti zero”, insomma, non è una chimera, ma un percorso, talvolta impegnativo, tal altra gratificante, di affermazioni positive per incoraggiare il futuro a venirci incontro.

L’art 35 ha ingrassato le casse dei proprietari degli inceneritori del Nord coi soldi delle regioni meridionali bisognose di liberarsi dei loro rifiuti con poco impegno e senza fatica. È stata una droga che ha impigrito le migliori volontà del Sud e indotto le regioni del Nord all’inerte disposizione ad una solidarietà di chi mira soltanto al proprio interesse.

Al Sud si poteva non progredire nella raccolta differenziata, nel riuso, nel riciclo e nel compostaggio, perché i rifiuti potevano bene caricarsi sui camion e spedirli altrove. Al Nord si rafforzavano le barriere intorno agli inceneritori, intoccabili “siti di interesse strategico” mentre si aprivano i cassetti della cassa.
L’effetto, aldilà di quanti rifiuti siano stati effettivamente smaltiti per effetto dell’art 35, è stato perverso ed ha sollecitato comportamenti inaccettabili.

Rimuovere l’art 35 è fondamentale, perciò, anche al fine di indebolire le resistenze di chi dispone di inceneritori ed eliminare gli alibi di chi ancora non si impegna come dovrebbe nello sviluppo delle buone pratiche.

Ecco perché lo scorso 7 maggio ho depositato al Senato una mozione che punta a superare sia l’articolo 35 del Decreto Legge “Sblocca Italia” sia il DPCM del 10 agosto 2016 e che, grazie ad un’attività istruttoria preliminare, da concludersi entro 6 mesi dall’approvazione della mozione, saranno coinvolti soggetti come il Ministero della Salute, l’ISS, l’ISPRA al fine di definire gli indirizzi strategici e nazionali per una reale transizione verso un’economia circolare che vedrà il il Ministero dell’Ambiente come soggetto promotore e coordinatore.

La Mozione, nei suoi sette punti, mira non solo a rimuovere gli ostacoli normativi e gestionali provocati dall’art. 35, ma anche a considerare la gestione dei rifiuti come obiettivo di interesse comune promuovendo una “strategia nazionale” coerente con i principi della gerarchia già sancita con la Direttiva 2008/98/CE, ma che guardi al futuro consentendo di raggiungere in tempi certi e con approccio programmatico i nuovi indirizzi ed obiettivi europei, senza rincorrere in nuove sanzioni e nell’esclusivo interesse dei cittadini.

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