Intervento in commissione sulle riforme costituzionali

Ieri 27 Luglio 2015 sono intervenuta in Commissione Affari Costituzionali per esporre i motivi che mi vedono contraria alle modifiche alla nostra Costituzione, che vuole imporre questo Governo del PD

La senatrice MORONESE (M5S), nel richiamare i contenuti del disegno di legge costituzionale in esame, esprime un giudizio critico sulle modificazioni apportate dalla Camera dei deputati.
Evidenzia quindi quelli che, a suo parere, sono gli obiettivi principali del progetto di riforma, ossia demolire la Repubblica parlamentare, con il suo sistema di pesi e contrappesi, così come concepita dai Costituenti, e accrescere a dismisura i poteri del Governo. A sostegno della sua tesi, cita le conseguenze che l’eventuale approvazione del provvedimento avrebbe sulle funzioni di controllo di alcuni organi costituzionali e anche la nuova ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni, segnata da una forte torsione centralista.
Evidenzia quindi il frequente ricorso – da parte del Governo – alla decretazione d’urgenza e alla posizione di questioni di fiducia, in ciò individuando una sostanziale anticipazione della riforma in esame.
Si sofferma poi sul tema del bicameralismo perfetto, contestando la tesi secondo cui esso rallenterebbe il procedimento legislativo e ricordando, in proposito, disegni di legge approvati – pur in presenza di un sistema bicamerale paritario – in tempi molto serrati, come nel caso della legge n. 124 del 2008, relativa alla sospensione dei processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato.
Critica anche la tesi secondo la quale la trasformazione del Senato comporterebbe risparmi economici. Sul tema ritiene infatti che ben altri risparmi si sarebbero potuti ottenere riducendo il numero complessivo dei parlamentari e abolendo il vitalizio in favore dei condannati in via definitiva per reati gravi. Appare dunque chiaro, a suo avviso, che il vero obiettivo del Governo non sia la riduzione dei costi delle istituzioni, bensì un sostanziale esautoramento della seconda Camera.
Ritiene che un Parlamento illegittimo – in quanto eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale – stia modificando oltre trenta articoli della Costituzione per favorire una concentrazione dei poteri in capo al Governo e alla sua maggioranza, approfittando altresì delle conseguenze che produrrà la nuova legge elettorale, anch’essa peraltro non esente, a suo avviso, da vizi di incostituzionalità.
Rileva che il superamento del bicameralismo paritario e dell’attuale assetto di rapporti tra Governo e Parlamento, come pure il trasferimento allo Stato della competenza esclusiva su materie sinora attribuite alla potestà legislativa delle Regioni, riproporrà altre e ben più gravi disfunzioni e conflittualità.
A suo avviso, sarebbe stato più opportuno realizzare un bicameralismo differenziato, mantenendo in capo al Senato – peraltro come previsto, seppur in forme non pienamente soddisfacenti, nella prima lettura – un potere legislativo paritario su materie di rilevanza etico-sociale e una piena funzione di raccordo tra lo Stato e le istituzioni dell’Unione europea.
Nell’attuale configurazione valuta invece che il Senato sarà solo un centro di costo, privo di alcuna funzione costituzionalmente rilevante, e che la Camera, oltre ad essere l’unica titolare della rappresentanza della Nazione, dell’indirizzo politico e dei poteri di controllo e di inchiesta, in conseguenza della nuova legge elettorale, esprimerà esclusivamente gli indirizzi del Governo di cui è sostanziale emanazione.
Nel richiamare la nuova formulazione dell’articolo 57 della Costituzione, riguardante la composizione del Senato, cita articoli di stampa secondo i quali sarebbero in corso trattative, tra le varie forze politiche, per ripristinare una forma di elettività dei senatori, tramite listini da sottoporre agli elettori nel corso delle elezioni regionali. Esprime, in proposito, profonde riserve, in quanto si tratta – a suo avviso – di soluzioni di compromesso e di basso profilo.
Inoltre, pur condividendo la scelta di abolire l’istituto dei senatori a vita, osserva criticamente che, in ogni caso, gli attuali rimangono in carica e che ad essi continueranno ad aggiungersi i Presidenti emeriti della Repubblica.
Introduce quindi la questione delle leggi di iniziativa popolare. A suo avviso, poiché una delle due Camere perderà la natura elettiva, sarebbe stato opportuno accrescere gli spazi di democrazia diretta. Al contrario, è stata innalzata irragionevolmente, da 50.000 a 150.000, la soglia minima di firme necessarie per la presentazione di leggi di iniziativa popolare.
Quanto al nuovo articolo 72 della Costituzione, evidenzia l’inopportunità della scelta del cosiddetto voto “a data certa”, perché ritiene che – attraverso tale istituto – si comprime il dibattito politico e si mortificano i diritti delle opposizioni.
Svolge quindi alcune considerazioni sulle modifiche apportate all’articolo 77 della Costituzione, riguardante il ricorso alla decretazione d’urgenza. In particolare, fa riferimento al relativo comma 4, che indica le materie per le quali non è possibile ricorrere a tale strumento, ricordando che alla Camera è stato impropriamente specificato che, quanto alla materia elettorale, l’esclusione non riguarda la disciplina dell’organizzazione del procedimento elettorale e dello svolgimento delle elezioni.
In conclusione, richiama le possibili conseguenze della riforma costituzionale in esame: un Senato non elettivo privo – al di là delle intenzioni proclamate – di un reale potere di tutela degli interessi regionali e di controllo sull’operato del Governo; una Camera dei deputati composta da parlamentari sostanzialmente “nominati”; un Governo in grado di imporre al Parlamento l’agenda politica tramite istituti volti a rafforzarne le prerogative nel procedimento legislativo; un Presidente della Repubblica che – in ragione dell’impronta fortemente maggioritaria del sistema elettorale e del vistoso squilibrio tra numero di deputati e numero di senatori – sarà di fatto espressione della maggioranza di Governo. Ne viene, quindi, compromessa la fondamentale funzione di garanzia e il ruolo di arbitro.

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