Question Time con il Ministro dell’Ambiente, ecco come funziona

Il Question Time è un’attività che si svolge in aula, in diretta streaming ed in diretta televisiva sui canali della Rai, durante il question time si ha la facoltà da parte dei Senatori e dei Deputati (alla Camera) di rivolgere domande direttamente al Ministro presente in un tempo massimo di 2 minuti (causa tempi televisivi) e si ha il diritto di replica in un tempo massimo di 1 minuto.

Gli argomenti sui quali sarà possibile interrogare il Ministro sono comunicati qualche giorno prima, la normativa prevede :

Regolamento del Senato (Art. 151-bis. Interrogazioni a risposta immediata)

Le Interrogazioni a risposta immediata si svolgono almeno una volta al mese sulle materie specificatamente individuate dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari.
L’intervento del rappresentante del Governo dura per non più di dieci minuti.
Un Senatore per ciascun Gruppo parlamentare può formulare interrogazioni per non più di un minuto. Il rappresentante del Governo risponde per non più di tre minuti. L’interrogante può replicare per non più di tre minuti.

Come facenti parte della Commissione Ambiente ci è stato comunicato che il question time sarebbe stato inerente a questi due temi : Dissesto Idrogeologico, Gestione Rifiuti.

Così abbiamo preparato i seguenti interventi, in relazione alle Trivellazioni e alla Riduzione dei Rifiuti.

All’interno dei seguenti video troverete le nostre interrogazioni e le risposte del Ministro. Vi consiglio di guardare con attenzione i video al fine di comprendere bene lo svolgimento dei Question Time e di arrivare in futuro assieme ad elaborare domande, in particolare sulla mia pagina Facebook ho stimolato quest’attività.

Qui i resoconti stenografici dei lavori in aula

NUGNES (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

NUGNES (M5S). Signora Presidente, signor Ministro, in Italia abbiamo ben 30.000 chilometri quadrati di aree ad alta criticità idrogeologica per oltre 6.000 Comuni. Un problema enorme come enormi sono i problemi di sismicità diffusa, influenzata dallo scorrimento delle zolle causa della deriva dei continenti. A questo si somma ed è connessa la necessita di salvaguardare le risorse idriche, i suoli e i mari dai rischi di inquinamento.

Vogliamo sapere dal Ministro se concorda con noi sulla necessità di intraprendere un percorso legislativo volto alla tutela dai danni ambientali derivanti dalle trivellazioni, che – è provato da studi autorevoli e indipendenti – sono connessi con l’alto rischio di sismicità indotta e di inquinamento di terra, aria ed acqua. L’acqua è più preziosa del petrolio e non sostituibile a differenza di quest’ultimo. Quando abbiamo compromesso una falda acquifera abbiamo perso una ricchezza di tutti per sempre.

Il petrolio non convenzionale, quello che stiamo cercando «grattando il fondo del barile» non più nelle aree desertiche, ma vicino ai centri abitati su aree di ricarica degli acquiferi (in Basilicata se ne contano ben 8 piattaforme), in zone a noto rischio sismico e ad alto rischio di energia tettonica accumulata oppure a poche centinaia di metri dagli ospedali, il petrolio amaro e pesante ha costi crescenti ed energia netta decrescente con costi ambientali incalcolabili.

Il danno evidentemente non deriva solo dall’eventuale incidente, che causerebbe un disastro ambientale certo, ma dall’attività stessa; si provocano danni sin dalle attività ispettive, che si attuano con microesplosioni controllate cui devono seguire segnali riflessi, dannosi alla fauna marina; con i fanghi e fluidi perforanti, che per appesantire, per andare più a fondo a cercare, vengono caricati con sostanze anche molto pericolose, di cui le compagnie non sono tenute a dichiarare la composizione, e attenzione, si legge dalla relazione dell’ENI testualmente che «le perdite sono frequenti», ordinarie, e con lo smaltimento, per un barile si contano ben 10 barili di scarto… (Il microfono si disattiva automaticamente).

MARTELLI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARTELLI (M5S). Signor Ministro, sia il Settimo programma europeo per il 2020 sia la direttiva sulla gerarchia di trattamento dei rifiuti, che abbiamo recepito dopo le diverse procedure di infrazione, ci dicono che con i rifiuti anzitutto si deve prevenire, poi ridurre, quindi riutilizzare e riciclare, e, con ciò che avanza, che non si è riusciti a trattare negli altri modi, allora, in situazioni di emergenza, si fa il recupero energetico oppure lo smaltimento.

Il cuore di tutto questo è che i rifiuti non devono essere mai visti come una risorsa, perché altrimenti andiamo a costruire una società basata sul rifiuto; creiamo una filiera di trattamento che ha continuamente bisogno di produrre rifiuto affinché, in mezzo, prima che si vada alle parti finali della gerarchia, ci sia una serie di persone che trattano questi rifiuti. Il classico esempio nel caso di una bottiglia di vetro, è: non va presa, tritata, mandata alla vetreria, fusa e risoffiata, ma bisogna ridarla a chi l’ha imbottigliata e dirgli di riempirla nuovamente, altrimenti in mezzo c’è un’economia artificialmente basata sulla gestione dei rifiuti; e come è stato appena detto, si tratta di 11 miliardi.

Quindi, la prima domanda che poniamo è la seguente: cosa vogliamo fare per evitare che questo diventi uno stato permanente, cioè un’economia permanentemente basata sul rifiuto? Questo infatti va compresso. Allora, vorremmo che si fissassero date e numeri in base a cui si possa dire: «entro questo termine questo sistema non ci sarà più».

La seconda questione riguarda l’incenerimento. Nella relazione programmatica abbiamo sentito ancora parlare di incenerimento, nonostante questa sia una delle gestioni dei rifiuti tra le più sbagliate. Chiediamo come sia possibile insistere con l’incenerimento dopo che fior di direttive ci dicono di non farlo, e noi sappiamo che dal 2020 non si potrà più ricorrere a questo tipo di strategia. Qualunque impianto di incenerimento ha un tempo di ammortamento ventennale, quindi siamo fuori da ogni logica già nel momento in cui lo incentiviamo.

La terza domanda è: in quale modo vogliamo far sì che i produttori diventino responsabili di quello che immettono nel commercio, considerato che finora la responsabilità ricade sull’utente finale (il consumatore si accolla l’onere di pagare e gestire lo smaltimento finale di oggetti che non ha prodotto)?

Chiediamo infine cosa si intenda fare a livello scientifico per attivare percorsi che ci portino fuori da questa situazione.

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